Semplicemente cristiani

Thibirine è un villaggio isolato a mille metri di altitudine, situato a sessanta chilometri a sud-ovest di Algeri. Eredita il nome da Tib-harine, che in lingua berbera vuol dire “giardini irrigati”. Da quella zona insospettabilmente feconda del mondo, ci arriva un’eco dell’eterna e sempre nuova melodia del Vangelo. Una polifonia di voci dentro un’unica sinfonia: sette monaci trappisti, come strumenti musicali -«oranti in mezzo ad altri oranti»-, fondano una comunità e si accordano per cantare al mondo la semplicità d’esser cristiani. Un monastero sorge, attorniato da ettari di terra fertile. Da quei giardini, irrigati poi dal sangue dei monaci, la Chiesa tutta raccoglie saporosi frutti spirituali.

«Semplicemente cristiani» (Libreria Editrice Vaticana, 2018), è un’opera scritta a quattro mani da Thomas Georgeon – monaco cistercense-trappista e postulatore della causa di beatificazione dei martiri- e François Vayne –giornalista e scrittore, che ha conosciuto personalmente i monaci di Thibirine, essendo nato e vissuto fino all’adolescenza in Algeria-, redatta in occasione della beatificazione –autorizzata da papa Francesco il 27 gennaio 2018 e avvenuta ad Orano l’8 dicembre dello stesso anno- dei diciannove martiri, sette dei quali sono “I beati martiri di Thibirine”, uccisi tutti tra maggio 1994 e agosto 1996.

I due autori fanno convergere in quest’opera la loro esperienza personale e diretta, offrendo ai lettori non solo una panoramica storica della Chiesa in Algeria e un intenso ritratto dei singoli martiri, ma anche, attraverso il carattere di testimonianza, un’ermeneutica per essere semplicemente cristiani. L’opera, infatti, non è solo un accurato documento storico sulle difficoltà della Chiesa algerina durante l’islamismo armato e la guerra civile; è soprattutto un documento pragmatico mediante il quale il lettore può enucleare il passepartout che conduce alla santità: una vita semplice ma donata a Dio conduce, infatti, al vertice più alto di ogni vocazione umana. «Ogni atto umano, anche e soprattutto il più umile, riveste un carattere infinito, eterno, quando è un atto d’amore»: questo è il fil rouge che accomuna le vite dei sette monaci martiri, descritti singolarmente nell’opera e poi fatti vibrare all’unisono. La donazione totale di sé nelle occupazioni quotidiane e la fratellanza universale, praticata concretamente dai monaci con i vicini fratelli musulmani, in un costante dialogo che non ignora le differenze, ma nemmeno le esaspera. Le sublima, semmai, prendendo a modello la figura di Gesù. «La diffidenza, l’odio velato erodono il tessuto umano delle relazioni», la spirale della violenza va interrotta, la testimonianza quotidiana è chiamata ad assumere la forma della lavanda dei piedi. I monaci di Thibirine ci mostrano che la Chiesa universale non è solo un ideale: quell’agognato ecumenismo si è già concretamente realizzato nei gesti semplici e quotidiani di quella comunità che ha scelto di vivere coi fianchi cinti dal grembiule, le mani occupate nel lavoro e il cuore imbevuto di Dio. Essi, ci ricordano, altresì, la bellezza dei miracoli quotidiani nell’amicizia e nella fraternità, ma soprattutto nel vivere il lavoro come collaborazione alla costruzione del Regno di Dio.

Imparare un mestiere per metterlo a servizio della comunità, l’attenzione al piccolo particolare –di cui anche papa Francesco scrive in Gaudete ed Exultate (p. 144-145)-, l’amare fino alla fine di ogni giornata, in una profonda coerenza tra ideale di vita ed esistenza concreta: questo è ciò che separa la santità dall’aura e dalle aureole che la rendono inaccessibile e impraticabile e la colloca tra le strade e le cose dei giorni feriali, dicendo ad ogni battezzato: “E’ possibile!”. E’ così che la santità della porta accanto diventa “Chiesa della porta accanto”, perché la santità è un cammino comunitario e uomini e donne di preghiera non si nasce, si diventa!

Nella morte, la vita. Nel piccolo, il Tutto. Nella differenza, l’unicità. A quanti si chiedono quanto ci sia di davvero semplice nell’essere cristiani, quest’opera pare porre una risposta univoca: l’Amore è il rendez-vous degli ossimori.

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