La ferita del si

Il passaggio di Cristo sulla terra é moto perpetuo e tangibile ancor oggi: nei poggi imboscati delle nostre miserie, nelle distese di uliveti delle nostre attese, nei mari tempestosi delle nostre interiorità, nelle vigne infestate dai nostri peccaminosi veleni e negli arl-fontana-c-s-attesa-1965idi deserti delle nostre Galilee. Venuto al mondo quasi nascosto, in un lembo di terra dalla quale si credeva che niente di buono sarebbe mai venuto, Cristo amò rivelare sè stesso divenendo troppo uomo tra gli uomini. Procedette terra-terra, immischiando la sua natura divina con la polvere di sentieri tortuosi e scelse di confondersi nel traffico delle innumerevoli contraddizioni del cuore di gente povera, amabile, esecrabile. Dal giorno che allacciò i suoi sandali per incamminarsi verso la vita pubblica – con Nazareth alle spalle e gli attrezzi del carpentiere in soffitta – la sua meta fu il cuore dell’uomo. Per arrivarci scelse di passare per Gerusalemme; per conquistarlo scelse di farsi crocifiggere. Il punto più alto in cui Cristo accettò di stare per guardare il punto più basso e infimo del cuore dell’uomo fu la Croce. L’Amore pazzo, folle – stolto! a detta dei Giudei – ebbe il suo trionfo in un delirio di impotenza. Il tutto é compiuto – che ci donò anzitempo la vita piena – prese la forma di uno squarcio nel Suo costato.

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