fossi fico?!

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La storia dell’albero di fico è antichissima, si perde nella notte dei tempi, ci riporta indietro, nel tempo e nella storia; tra gli alberi dell’Eden è l’unico menzionato per nome. L’albero di fico fa parte dei doni della terra promessa, la quale, al contrario del deserto arido e senza frutti, produce fichi e melograni (Dt 8,8; Nm 13,23). Lo troviamo anche nei primi capitoli della Genesi, quando Adamo ed Eva, dopo aver disobbedito, aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (cfr. Gen 3, 7); addirittura si ipotizza che il frutto della disobbedienza di cui mangiarono non fu la classica mela ma proprio un dolcissimo fico.

Le origini  dell’albero di fico sono state individuate da molti studiosi nel Medio Oriente in una antica regione chiamata Caria che oggi è l’attuale Turchia. Infatti il nome scientifico è Ficus Carica, per indicare appunto la sua provenienza. Gli antichi Egizi lo veneravano quale albero dell’immortalità e già conoscevano le tecniche per conservarlo e per essiccarlo. Nei giardini dell’antica Babilonia l’albero di fico era coltivato con cura e i suoi frutti erano considerati una rara delizia. Recentemente una straordinaria scoperta di alcuni ricercatori dell’Università di Harvard pone in primo piano l’albero di fico come la prima pianta coltivata dall’uomo prima ancora del grano e dell’orzo. Ad ogni modo era considerato era un albero sacro e sia la pianta che il suo frutto, assieme all’olivo, alla vite e alla vigna, erano simboli di abbondanza e di benessere. Oggi l’albero di fico è diffuso in tutto il mondo.

La cosa che mi lascia sempre piacevolmente sorpresa dell’albero di fico -tutte le volte che ci penso- è che è l’unico albero esistente in natura che non mette prima i fiori e poi fa i frutti, e anticipa le stesse foglie: è infatti direttamente dai rami che spuntano i primi frutti; e quelli che si pensa normalmente siano i frutti dell’albero in realtà sono i fiori (detti siconi) all’interno dei quali si trovano i veri frutti: piccoli granellini contenuti nella polpa (gli acheni, v. immagine) che a sua volta contengono i semi. Semi che aspettano di essere fecondati- per portare ancora più frutti- da una microscopica vespa chiamata Blastophaga psenes. Questa piccolissima vespa può percorrere anche parecchi chilometri per raggiungere quei semi e senza il suo operoso viavai il fico non potrebbe andare a seme e sarebbe destinato a seccare. Mentre per la maggior parte degli alberi da frutto, la raccolta avviene in una sola volta, nel caso del fico si raccolgono gradualmente, un po’ alla volta, man mano che crescono e che maturano. Resistente alla siccità, il fico è un albero dal tronco robusto, con una corteccia liscia e grigiastra, che può raggiungere gli otto metri di altezza. Mi viene in mente quel passo di Geremia quando paragona l’uomo ad un albero:

Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Geremia 17, 7-8

Ritornando al fico… è il simbolo del popolo d’Israele amato dal suo Dio: «ebbi riguardo per i vostri padri, come per i primi fichi quando iniziano a maturare» (cfr. Os 9,10). L’albero di fico rappresenta, per questo, il popolo di Dio che, rispondendo al suo Amore, produce frutti abbondanti. Il primo libro dei Re (1 Re 5,5) narra la prosperità del popolo d’Israele al tempo del re Salomone con l’immagine del fico: «Giuda e Israele erano al sicuro; ognuno stava sotto la propria vite e sotto il proprio fico – da Dan fino a Bersabea – per tutta la vita di Salomone» (1 Re 5,5; cfr. Mi 4,4; 1Mac 14,12 ). Nel giorno della salvezza «ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vigna e sotto il suo fico» (cfr. Zc 3,10). Stare seduti sotto l’albero di fichi, nella Bibbia, è  il simbolo della pace messianica che scaturisce dalla fedeltà all’alleanza con Dio. Per questo l’infedeltà all’alleanza è indicata con l’immagine del fico spoglio e secco. «Essi hanno rigettato la parola del Signore… non c’è più uva nella vigna né frutti sui fichi; anche le foglie sono avvizzite» ( cfr. Ger 8,13; Gl 1,7).

Anche nel Vangelo appare il fico, spoglio e senza frutti simboleggia il popolo di Dio e lo richiama alla conversione dal peccato, deludendo le attese di Dio e resosi infecondo (Mt 21,18-22; Mc 11,12-14.20-25; Lc 13,6-9). In Matteo e Marco la mancanza di frutti è proprio una maledizione.

Domenica scorsa (liturgia della III^ domenica di Quaresima) mi imbatto nella meditazione del Vangelo di Luca, Vangelo della misericordia per eccellenza, e vedo che rispetto alla versione di Marco e di Matteo qualcosa cambia, qualcosa di sostanziale. Ma qualcosa di sostanzialmente misterioso accade anche a me. Ho passato i tre giorni precedenti la domenica a meditare, tre giorni a leggere quei versetti, tre giorni a pensare a quelle parole e non avere altro da dire se non che le trovavo un po’ troppo ostiche. un dialogo alla Woody Allen con la nonna che al sabato sera, prima di andare a dormire mi chiede: -“Qual’è il Vangelo di domani?”, -“Luca 13, nonna, leggilo, per me è un po’ antipatico”. Spengo l’abat-jour, dormo. Ho risposto così perchè lo pensavo davvero! vorrei vedere se qualcuno di voi all’improvviso si sentisse perseguitato da un fico albero, non da un fico uomo… Più tentavo di capire questa storia del fico, più la situazione mi sfuggiva di mano, ho cercato le risposte alle mie domande dentro tutti i blog e le omelie, del giorno prima e del giorno dopo e del giorno dopo ancora. Niente.

Mentre rinunciavo a rispondere, mentre, inerme, lasciavo andare ogni tentativo di comprendere, e mentre mi stavo accontentando e dicevo tra me e me che le cose a volte vanno così, che non sempre a tutto c’è una risposta, nel mio cuore si alzò progressivamente quella barra del volume che sparò fortissimo una domanda:

“E se quel fico fossi tu?”

disse la coscienza beffarda. Tutta questa confusione per arrivare qui? Tutta questa aridità per arrivare ad identificarmi con un albero? Ok, accetto di essere un fico, in fondo non è male come albero, ha una sua storia; è produttivo, è frondoso, non è slanciatissimo ma ha la corteccia liscia… è una pianta molto generosa e i suoi frutti sono buonissimi! alla fine, se vuoi fare un complimento a qualcuno gli dici che è un fico. Va bene, ci sto, accetto di essere quel fico! Cosa c’è, quindi, da fare?

Ho capito che- ma quanto mi costa!- diventare un fico significa che devo cambiare tutto: i miei movimenti, i miei slanci, il mio modo di mettere radici… devo guardarmi dentro. che nostalgia- bei tempi, oserei dire- quando essere fico voleva dire totalmente altro, e a 31 anni scoprire improvvisamente che essere fico significa convertirsi! che è (quasi) tutto da rifare, forse c’è qualcosa sotto sotto che va estirpato, qualcosa a cui sei talmente abituato da non farci più nemmeno caso. Ma come è possibile? Ho vissuto la mia vita fino ad ora mettendo radici in quelle convinzioni a cui mi sono aggrappato e che mi fanno svegliare sicuro al mattino? e adesso, che si fa? c’è solo una risposta, una sola cosa da fare: conversione! Nell’Antico Testamento il concetto di conversione è direttamente collegato al termine ebraico ‘שׁוּב’ (shûb), il dodicesimo verbo più usato nella Bibbia ebraica che significa “volgersi, tornare, ritornare”. È pure associato al verbo ebraico ‘נחם’ (nâcham), che significa “dispiacersi, essere dispiaciuti”. Questo è quello che ci racconta Wikipedia, e in parte è giusto, perchè certamente ci si sente dispiaciuti quando si fa fatica a fiorire, quando si pensa a come è doloroso non portare frutti per anni, quando si crede che la vita si sia accanita contro di te, quando il peso di quella sterilità si trasforma in un atroce fallimento, quando diventa perfin facile pensare che quel fico maledetto sei proprio tu… qualcuno verrà e ti estirperà (“Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?” Lc 13, 7) perchè non emani più profumo nè fragranza, non sei più capace di anticipare l’estate di cui i primi frutti sono un segno (cfr. Ct 1, 13).

Sei un fico, ma sei sei secco! Sei morto!

Fermati! Hai mai pronunciato la parola “possibilità”? quando rendendoti conto di aver fallito, sbagliato, esagerato nei confronti di qualcuno con voce flebile gli chiedi: “dammi un’altra possibilità…” e poi giù con una serie di promesse che suonano tutte più o meno così “non lo faccio più…”.

Benedetto Vignaiolo! Quel Vignaiolo paziente questa parte la salta a piè pari, non aspetta che tu, fico come sei, chieda a lui di darti un’altra possibilità, no!, è Lui stesso che se ne convince per te. Si sa, Lui gioca sempre d’anticipo. Quanta saggezza nelle Sue mani… mani che fremono nell’attesa del tuo cambiamento, di una nuova fioritura. Guardando oltre quei rami momentaneamente secchi, scopre un valore che altri non sono in grado di vedere. Lui quei frutti sui tuoi rami non li vede ancora, ma è così forte il desiderio di farli germogliare che zappa, e zappa e zappa… e mentre lo fa già ne sente l’odore, già se li prefigura, già ne gusta il sapore. Ne è così convinto da avere forza necessaria per convincere anche il Padrone del terreno a lasciarti lì ancora un po’. “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13, 9). 

Parole umili, alla fine quelle più convincenti…  che solo da chi ama davvero possono essere pronunciate. Ed eccoci, qui, ancora una volta imbrigliati nell’ennesima, vera, storia d’Amore. Che va avanti, di anno in anno…

Un’ultima domanda: “Ma come si fa, dico io, a credere in un fico secco?”

Davvero tutto è possibile solo a Dio.

Elettra

 

 

…se avessi le radici sarei un albero, invece sulla terra posso muovermi!

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